Perché i rider di UberEats e Glovo a Milano sono tutti africani?

Questa è la domanda che sorge spontanea girando per Milano in queste ultime settimane e notando che non ci sono più italiani o latinos a fare le consegne per i colossi del food delivery dopo la guerra pentastellata ai rider sottopagati di Foodora in Italia.

Riders UberEats e Glovo che aspettano di iniziare il turno (Fotografia scattata la scorsa settimana in Porta Romana a Milano)

Proprio riguardo a lavoro e immigrazione dall’Africa c’è stato uno storytelling che ha dominato il marketing politico italiano per oltre 5 anni e con il tempo ha assunto la conformazione di un vero e proprio teorema, con tanto di ipotesi e tesi (e un curioso corollario).

Eccolo:

Ipotesi: esistono lavori che gli italiani non vogliono più fare (curioso corollario: perché sono pigri, viziati e scansafatiche).

Tesi: per fare questi lavori ci servono gli immigrati (africani).

Come ogni teorema che si rispetti, però, è necessaria una dimostrazione. E qui sono iniziati i primi problemi.

Problema n°1: è risultato evidente da subito che questi lavori non sarebbero venuti a farli gli svedesi o i polacchi (anche loro pigri e viziati?).

Problema n°2: i dati sulla disoccupazione giovanile Italiana (ai livelli massimi da decenni) indicano che ci sono molti italiani che, attivamente, stanno cercando un lavoro in Italia (quelli che invece non lo cercano si chiamano inoccupati).

Problema n°3: gli italiani che fanno i rider (o i camerieri, o i lavapiatti) a Londra.

Il caso dei rider UberEats e Glovo a Milano arriva proprio pochi mesi dopo la protesta dei lavoratori di Foodora sulla paga oraria  e sulle condizioni contrattuali (no ferie pagate, no malattia e no contratti stabili). Nel caso di Foodora si arrivò a parlare di sfruttamento e scese addirittura in campo il governo pentastellato per dire no al lavoro iperflessibile e sottopagato proposto da Foodora, che poi ha chiuso definitivamente i battenti in Italia

Protesta dei riders Foodora per le condizioni di lavoro prima della chiusura della società.

UberEats e Glovo, invece, a Milano continuano a operare indisturbati e i contratti che offrono (attraverso società preposte a fare il “lavoro sporco”) non sono certo migliori di quelli che offriva Foodora*. L’unica cosa che è cambiata è il tipo di manodopera: oggi i rider sono tutti africani.

*Facendo un rapido giro in rete (qui e qui) si apprende che i rider continuano a operare in condizioni di flessibilità estrema e si parla di compensi che arrivano a 3€ per consegna, senza ferie pagate nè malattia.

Ora, si può discutere sul fatto che questi contratti siano o meno moralmente accettabili, ma ciò non può dipendere dal fatto che la manodopera sia bianca o nera.

E’ evidente che il problema non sono gli italiani viziati che non vogliono più fare certi lavori: il problema sono le condizioni di lavoro offerte e la politica che da una parte sostiene i diritti dei lavoratori e dall’altra promuove l’importazione di manodopera a basso costo da mettere al servizio delle multinazionali del food delivery. Multinazionali che, complice la politica, macinano profitti grazie a manodopera sottopagata.

Se agli italiani proponi stipendi da fame e condizioni di semi-sfruttamento (per consentire alle multinazionali del food delivery di fare lauti profitti) e perchè sai che, a quelle condizioni, c’è un esercito di africani disposto a ‘sacrificarsi’, poi non ti puoi sorprendere se quei lavori gli italiani non li vogliono più fare.

Ma la vera domanda è: per quanto tempo gli africani si accontenteranno di essere trattati come dei paria? E quando scenderanno in piazza anche loro come gli italiani che faremo?

E poi: dato che molti di questi africani sono richiedenti asilo, lo stato sta pagando per la loro accoglienza?

In quest’ultimo caso si configurerebbe uno strano paradosso: lo stato che sussidia la manodopera a multinazionali straniere con i soldi dei contribuenti italiani.

E questo chi lo spiega agli italiani che pagano le tasse?


Lavori che gli italiani non vogliono (possono) più fare: il caso dei rider UberEats a Milano (e quello di Foodora)

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